Una situazione difficile

Capitano dei momenti nella vita professionale di ognuno di noi in cui ci si domanda: “come sono finito a fare questo lavoro?” La risposta, veramente, arriva alla spicciola, giorno dopo giorno, dall’ambiente in cui si lavora, dai feedback delle persone che ci ruotano attorno, dalla soddisfazione di aver aggiunto un pezzettino di competenze che fino a ieri non possedevi o semplicemente per essere riuscito a fare qualcosa che non credevi possibile.  Ti sei, ti hanno, sfidato e…sei sopravvissuto.

La parte più importante, più remunerativa e gratificante di un lavoro è “come ti fa sentire mentre lo fai”.   Personalmente non mi sono mai posto troppe domande; se avessi potuto fare altro, guadagnare di più, finchè mi sono sentito parte di un progetto. Anche quando il ruolo che mi era stato affidato in quel momento poco aveva a che fare con le mie aspirazioni o i miei skill. Mi sono lasciato cullare dalla corrente, certo che prima o poi avrei ripreso la mia via.

Credo sia fondamentale comprendere quando invece è il caso di fermarsi, di rispondere: “adesso basta!”

Forse un pò come nei sentimenti, quando viene a mancare la materia prima, l’amore… è inevitabile che il nostro sguardo inizi a cercare altri sguardi da incrociare finché ci si sofferma, specchiandosi in un sorriso.

Sarebbe più semplice trovare risposte definitive, ma nella vita non ne arrivano mai. Tutto è velato, fumoso, oscuro… Solo una cosa è alla luce del sole: la felicità non si trova per caso, ma si cerca con metodo.

Anche perchè ho scoperto che la felicità non è solo mia, ma anche di chi mi vive accanto ed io non voglio contagiare nessuno con la mia insoddisfazione, voglio arrogarmi il diritto di trasmettere entusiasmo.

Qualsiasi altra considerazione la lascio fare agli altri, ai posteri l’ardua sentenza. Io quasi quasi mollo tutto e divento felice.

 

Occupazionalis Karma

Alla dichiarazione di un imprenditore tessile biellese di qualche giorno fa, che anche di fronte a una proposta lavorativa adeguatamente remunerata, non si trovano candidati interessati, ho trovato una risposta interessante da parte degli stessi sviluppatori interpellati sui social.  Per quanto io non sia uno sviluppatore trovo la tesi condivisibile.

Appartengo alla generazione del “posto fisso”, dei “tutti laureati assolutamente”, “un lavoro fino alla pensione”… e quotidianamente mi scontro con tutte le contraddizioni e limiti di questi stereotipi ormai decaduti, che sono forse tra le concause di questa crisi occupazionale trascinata anche dalla più profonda crisi economica.

Le dichiarazioni che talvolta arrivano da sedicenti filantropici imprenditori alla ricerca di eccellenze, senza di fatto dimostrare di essere a loro volta eccellenze sul mercato (non ho prove evidenti che lo siano o meno…ndr), mi induce a dubitare che effettivamente “gli specchietti per le allodole” che hanno motivato le generazioni come la mia oggi non riescano più a sedurre le nuove generazioni e la “povertà della domanda” abbia stimolato la nascita di una nuova “offerta” professionale. Il lavoro è diventata una risorsa molto limitata, una variabile indipendente da competenze e professionalità. L’unica cosa che sappiamo é che ci farà dannare l’anima, si prenderà una buona fetta della nostra vita, della nostra energia e del nostro impegno quotidiano. Nell’impossibilità di riuscire a farsi scegliere e valutare per il nostro reale valore, tanto vale offrirci l’opportunità di scegliere noi dove impegnare il nostro talento, dove confinare sogni e speranze! Non è più SOLO una questione di soldi e di sicurezze (che comunque, insieme ai diritti dei lavoratori, saranno sempre meno), ma di gratificazione e possibilità di guardare al futuro con maggiore entusiasmo e ottimismo. Parliamo sempre di cambiare la testa dei lavoratori, di abbandonare gli stereotipi del passato, ma abbiamo bisogno di modificare il paradigma che impera nel mondo del lavoro in entrambi i sensi. L’imprenditoria deve perdere questa bramosia di speculare a spese degli altri (modello mercati virtuali) e deve tornare ad essere mossa dall’insaziabile desiderio di crescere (non solo verticalmente, ma anche orizzontalmente) ed innovare al fine di diffondere il benessere nel mondo. Senza le imprese non ci sono i lavoratori e senza sviluppatori, la grande azienda tessile da 150 milioni di fatturato annuo può chiudere. Dobbiamo essere tutti consapevoli che la componente umana supererà sempre quella tecnologica, sia per chi la cerca che per chi la offre.

Benvenuto 2017!

Per me il 2016 è stato un anno pessimo… due recenti lutti in famiglia, preoccupazioni sul lavoro, ma oggi sono qui con mia moglie e mia figlia… Godiamo di ottima salute e guardiamo con ottimismo al domani. Addio vecchio bastardo 2016, benvenuto 2017 ricco di luci e speranze! Non é così ogni anno forse? In realtà vorrei solo dedicare un pensiero a chi non c’è più e vive nei miei ricordi, a chi continuerà con me questo viaggio e vorrei lasciare un messaggio alla famigerata “scatola di cioccolatini”… a me piacciono al latte!!!
Un Sincero Augurio a tutti quanti, amici “faccia-libro” e offline.

Questo ho scritto sulla bacheca di Facebook il 31 dicembre, aspettando l’anno nuovo. E’ trascorsa una settimana, la prima,  e nel frattempo 2 attentati terroristici, ad Instanbul ed in Florida, nevica in tutto il centro-sud del Paese con temperature polari, è mancato il grande direttore d’orchestra Georges Prêtre…e, a parte questo, non si vedono ancora segnali di cambiamento sostanziale che facciano ben sperare o disperare… Una celebre citazione di Warren G. Bennis è molto chiara nel sostenere che “Se continui a fare quello che hai sempre fatto, continuerai ad ottenere ciò che hai sempre avuto.” 

Quindi se il seme fertile del cambiamento parte da noi non dobbiamo aspettare nient’altro; non esiste anno, giorno, ora, pretesto (o scusa) per rimandare e non attuare un progetto di cambiamento!

Eppure per la maggior parte delle persone sembra essere rassicurante che non cambi niente e si possa continuare con le lamentele comodamente impoltriti nell’area di comfort, anche se negativo. Io spesso mi ripeto che vorrei avere la forza per cambiare alcune cose nella mia vita, ma mi rendo conto che sono solo diventato più sofisticato ad elaborare giustificazioni convincenti per rimandare o desistere.

Invece dovremmo reagire, scalpitare, ribellarci alla pigrizia e praticare quotidianamente piccoli atti rivoluzionari contro le abitudini. Dovremmo essere capaci ogni giorno di svegliarci e domandarci che giornata vorremmo vivere piuttosto che rassegnarci a subire quella propinata da un inappellabile destino.

Credo davvero che gli unici a potersi rivalere sulla sorte avversa siano i bambini nati in condizioni di guerra, fame e malattia e ce ne sono tanti, tantissimi, troppi…condannati a lottare per la sopravvivenza fin dal primo istante di vita più di chiunque altro.  Tutti gli altri, me compreso, credo che almeno qualche scelta abbiano potuto operarla nella vita, anche se non in condizioni ideali e serene, ma in qualche modo gli sia stata offerta l’opportunità anche di rimediare agli errori commissi. Talvolta per attuare le proprie scelte bisogna superare grandissime difficoltà, ma non è impossibile. Nessuno è innocente e non possiamo  essere tutti colpevoli, ma possiamo certamente scegliere di non essere almeno complici.

Quindi il nuovo anno sarà capace di portare cambiamenti quanto ognuno di noi sarà disposto a provocarne le conseguenze con coraggio e determinazione. Tutto il resto sono propositi sterili, parole al vento… l’augurio va a me e a tutti Voi di trovare la forza per essere protagonisti del cambiamento che avverrà. Ho tantissimi libri che vorrei leggere, è ora di iniziare a farlo… tantissime cose che vorrei impararare…è ora di rimettersi a studiare… Ho 88 tasti da solleticare con maggiore frequenza e con meno rimpianto…

Senza chiedersi troppo quale sia lo scopo, il ritorno economico, ma guardandoli come unica possibilità per parlare di un domani con una carica e motivazione differenti. Poi vada tutto in vacca, ma ci ho provato con tutte le mie forze, anche se non sarà bastato…lo sforzo e l’impegno sicuramente mi avranno portato più lontanto di dove staziono oggi!

Un esempio? Questo autunno sono riuscito a prendere la straordinaria (e fino ad allora visionaria) abitudine di alzarmi presto al mattino ed andare a correre, tutte le mattine… le mie giornate sono iniziate con 1 ora di sonno in meno, ma con alcuni km in più nelle gambe!

Poi purtroppo mi sono infortunato ed ho perso questa abitudine, ho dovuto rinunciarvi sopportando la stessa fatica impiegata per raggiungere il mio obiettivo.  Lunedì ricomincerò, devo farlo, voglio farlo. So già in parte cosa mi aspetta giorno dopo giorno (e questo può diventare un deterrente)…la prima settimana 2 km morto stremato, con il fiato corto e la paura di provare dolore alla caviglia…poi la seconda settimana 3 km con la sensazione di sentire esplodere i polmoni…e poi tra un mesetto 5 km con le gambe molli e pesanti, il freddo che ti entra nelle ossa, ma la velocità gradualmente aumenta e poi …

E poi vedremo…l’unico modo per scoprirlo è iniziare a correre e non guardare la strada dietro i miei passi, ma cercare sempre il passo successivo come l’inevitabile conseguenza di un battito del cuore o del respiro, giorno dopo giorno sempre meno affannoso.

Che soddisfazione a ripensarci sotto la doccia calda! 30, 40 min al massimo ed alle 8 la giornata che mi aspetterà sarà diversa perchè io mi sentirò diverso.

Proverò a riprodurre questo atteggiamento in ogni aspetto della mia vita, pensando che i primi giorni sarà durissima cambiare di nuovo abitudini, che le scuse ed i pretesti per non farlo saranno molto convincenti e dovrò vincerli con ostinazione e determinazione. Il premio sarà sentire il vento nei capelli, lo scalpitio dei passi sul selciato anche quando sarò seduto alla scrivania o in macchina fermo nel traffico. Ogni volta che dovrò andare da qualche parte, con la mente o con le scarpe…ci andrò correndo!

Buon divertimento!

 

 

 

Ho scoperto il Coworking: evviva i Meetup

Cavalcando la curiosità per fuggire al galoppo dalla noia e dalla routine, acerrime nemiche della creatività, sono approdato quasi per caso su un’applicazione per l’organizzazione e l’iscrizione a Meetup (ndr di applicazioni ne esistono diverse, un’altra che utilizzo é Evenbrite) all’interno della quale ho trovato tante stimolanti opportunità e la possibilità di partecipare  a talk tenuti da professionisti, sviluppatori, blogger, web designer e semplici appassionati o curiosi  della mia città.

Ho così iniziato a frequentare a scadenza mensile, diversi gruppi in diversi settori di mio interesse.  Dagli aspetti più tecnici legati allo sviluppo e programmazione WordPress e Woocommerce a quelli più strettamente collegati al digital marketing  quali storytelling e digital content con anche una parentesi “nostalgica” nel mio settore di apparenza  sui copyrights e sulla proprietà intellettuale.

Sono entrato dapprima nel WordPress Meetup Torino, dato che lo stavo utilizzando parecchio negli ultimi mesi al lavoro, per poi approfondire l’ambito della vendita online partecipando al Meetup su Woocommerce. Poi ho iniziato ad entrare nelle community e nei gruppi di Facebook e professionalmente per me ha rappresentato la svolta… Il solo leggere i social post e le risposte da parte delle community ai quesiti posti dai membri è stato di grandissimo aiuto. Ho davvero avuto l’opportunità di comprendere meglio e provare personalmente un nuovo approccio al lavoro basato sulla condivisione e sul confronto, anche critico, quando costruttivo e non polemico fine a se stesso .

Ammetto di aver manifestato la necessità di un periodo di studio individuale, soprattutto nella fase iniziale, che mi ha consentito di acquisire una terminologia specifica di base ed i minimum requirements indispensabili per addentrarsi in questo mondo senza esserne risucchiati, o peggio ancora, schiacciati. Non dobbiamo dimenticare che molti contributors sono freelance e autodidatti, nella maggior parte dei casi con grandi professionalità, ma è sempre buona prassi conoscere le fonti su cui si basano le opinioni di tutti. Devo amettere che la Community offre già internamente una forma di epurazione dei contenuti privi di valore, che vengono letteralmente subissati da commenti negativi.

Successivamente è iniziata la fase pratica di sperimentazione dei concetti affrontati nei talk dai diversi relatori. Poi lo studio si è differenziato, privilegiando gli argomenti per me più interessanti ed riutilizzabili nel mio quotidiano.

Oggi è soprattutto il clima, l’ambiente, l’opportunità di fare networking a stimolarmi a partecipare (anche se devo ammettere che il lavoro talvolta mi limita un pò…). Ognuno coi suoi problemi, con le sue esperienze, ma accomunati da un unico desiderio di apprendere e fare squadra.

Per descrivere al meglio l’efficacia di questa esperienza, mi viene in mente una frase che è stata pronunciata durante un Wordcamp ed esprime perfettamente a mio avviso lo spirito e la forza dell’evangelizzazione ai tempi della sharing economy:

Voi tutti che siete qui oggi…se nella vostra città non c’è un meetup, quando tornate a casa organizzatene uno!

 

Galateo digitale. Sono un dis-Social-e

Penso a quando ero bambino. Ero l'orgoglio di mia madre. Mai un capriccio, sempre composto, sempre "per piacere" "grazie". Parlavo tanto, pure troppo...come adesso...ma questa è un'altra storia. Sono stato per anni ospite gradito in casa dei miei compagni di scuola...un temperamento mite...parlavo solo troppo... A scuola...uno studente quasi modello, alzavo la mano per domandare, sempre pronto a rispondere, ma...parlavo troppo... Sono stato considerato "l'uomo da sposare"...aprivo sempre lo sportello dell'auto per agevolare la salita e la discesa, cedevo il passo davanti agli usci delle porte ed anticipavo la discesa dalle scale, regalavo rose, adorato dalle madri delle ragazze con cui sono uscito...questo, sinceramente, mi ha fatto perdere le parole... così a modo, cortese, positivo, sorridente, ottimista...troppo pericoloso, ad un certo punto ho dovuto moderarmi... Eppure recentemente ho scoperto di non conoscere il galateo digitale, l'educazione minima essenziale per stare sui social e sono stato severamente redarguito. Mi spiego partendo dal principio. Da tempo notavo su Facebook che mi venivano suggeriti "amici di amici" con cui condividevo moltissime conoscenze, così ho richiesto la loro amicizia seppur non li conoscessi tutti personalmente (sacrilegio n*1) Poi, non ancora pago, ho invitato coloro che hanno incautamente accettato l'amicizia sulla mia fanpage dove, dopo il famigerato "MI PIACE",  l'invito all'azione recita "ISCRIVITI" e si viene catapultati sul blog...(sacrilegi n*2 e 3) Per me la fanpage non rappresenta un canale di vendita, la utilizzo per la condivisioni di contenuti, motivo principale per cui avevo il desiderio di allargare la mia cerchia... Ho sottovalutato che richiedere il like equivale ad un invito "dai,sali su da me" al primo appuntamento! Una violenza dei microchip sulle cellule... una vera e propria mancanza di rispetto alle persone. Mi sono sentito un verme. Così, cercando in qualche modo di espiare, mi sono messo a "gugolizzare", scoprendo che esiste un codice comportamentale molto rigido per vivere sui social e sono riuscito, con mio sommo stupore, a violarle tutte con un solo clic! Il minimo che potessi fare era cercare di rimediare mettendo a fattore comune questa esperienza sperando di essere d'aiuto a chi fosse sprovveduto quanto me (se mai ci fosse qualcuno...ndr) Partiamo dunque dall'assunto: sono colpevole.  "ignorantia legis non excusat", recita il brocardo, ma, Signor Giudice, invoco almeno il concorso di colpa...con chi? Con Zuckerberg che ha utilizzato un termine inappropriato;"amici"! Soprattutto  credo l'amicizia sia un'altra cosa, più consona ai rapporti offline...cmq... Difficile definirsi amici di estranei o poco più. Facebook è lo strumento per antonomasia, diciamolo, per farsi i fatti altrui. Se tutti i cosiddetti amici fossero tali,Forse il fondatore di FB aveva in mente un servizio meno a portata globale, che avrebbe influenzato così enormemente la sua generazione... È corretto che ogni comunità, virtuale e non, abbia delle regole e chiunque voglia introdursi in quel mondo debba adeguarsi, quindi mi scuso davvero se ho urtato la sensibilità di qualcuno, ma non sarei sincero se questa situazione di imbarazzo non mi avesse scatenato da un lato un po' di ilarità... Sicuramente sono le stesse persone che salutano entrando in un locale, che chiedono "permesso"prima di tagliarti la strada, che cedono il posto sul bus agli anziani, che sorridono quando ricevono un atto di cortesia e non suonano compulsivamente il clacson quando sono in coda al semaforo e improvvisamente scatta il verde? Sicuramente sono altrettanto intransigenti verso ogni comportamento scorretto nel mondo reale, oppure online anche questo aspetto diventa più semplice? È più facile prendersela con chi non conosci e ti é distante non meno di 1km rispetto alle piccole quotidiane prepotenze che subiamo e, ahimè, come nel mio caso, generiamo... La stessa cura viene sempre rispettata è pretesa sui contenuti divulgati in rete? Lo spero di cuore, perché visto il numero di persone che vivono perennemente con lo sguardo chino su uno schermo che gli illumina le emozioni, anche in mezzo ad altre persone, forse c'è la speranza di tornare a vivere in un mondo migliore! Voi cosa ne pensate?

Identità digitale e diritto all’oblio

Scusate amici per la prolungata assenza, ma è stato un periodo di grandi impegni e cambiamenti e continua ad esserlo… Ho seguito sul web i recenti fatti di cronaca e relative accese polemiche sull’utilizzo improprio della rete nel divulgare contenuti privati, quando l’uso diventa abuso. Ho aspettato qualche settimana terminasse lo starnazzamento mediatico per parlarne con Voi. Leggi tutto “Identità digitale e diritto all’oblio”

Customer Journey e WOM

Quanto vale davvero il passaparola nel business? Gli articoli di questo blog non hanno l'ambizione di fornire indicazioni tecniche o complesse formule alchemiche. Sono delle chiacchierate nate da un po' di studio cercando di approfondire temi di alto interesse quotidiano, esperienze personali, confronto con clienti e colleghi, provando le soluzioni proposte e confrontando i risultati. Quindi perdonate l'assenza di ampie digressioni teoriche, per quelle rimando a manuali più competenti, in questa sede mi limito ad alcune considerazioni. Da quando svolgo questo mestiere mi sento ripetere che la formula di comunicazione pubblicitaria in assoluto più efficace é il passaparola. O meglio lo sharing experiences. Condividere esperienze positive con la propria cerchia di conoscenze del tipo: "Devo cambiare le gomme. Vai da...io mi sono trovato bene, digli che ti mando io e ti fa pure lo sconto!" Come resistere alla tentazione di andare a "botta sicura", godere di un vantaggio economico e, cosa non indifferente, saltare a pié pari il difficilissimo ed articolato processo della customer journey, ossia il percorso che ognuno di noi nel meraviglioso ruolo di consumatore effettua con una serie di fasi di ricerca e scelta tra le possibili opzioni per rispondere ad un bisogno specifico. Fatto: il rubinetto perde. Possibili soluzioni: provo a ripararlo oppure chiedo a qualcuno (familiare, amico, cugino, vicino di casa) cosa fare o meglio se lui conosce qualcuno (idraulico di fiducia, cugino di qualcuno...) che possa fare al caso mio...e poi? Lo contatto, gli telefono, gli scrivo una mail...si, ma tutte queste informazioni dove le trovò? Aspetta, dovrei avere il numero salvato, da qualche parte, ma dove!.... avevo salvato una mail...ma dove sarà archiviata e sotto quale nome...avevo il biglietto da visita...da qualche parte...aspetta forse su internet..."Ma no, non l'ho trovato! E alla fine...piove sul bagnato...il lavandino non smettendo di gocciolare ha contribuito in maniera inesorabile e...sono andato da un altro. Come???Ero andato su internet per cercare quello che mi era stato suggerito, ma...scrivendo idraulico nella mia città ...ne ho visti una sfilza...poi dagli elenchi del telefono online (nota di campanilismo) li ho trovati tutti, quello che mi hai indicato tu non c'era ed alla fine ne ho chiamato un altro! Morale della favola: il passaparola é quasi sempre efficace se hai conoscenti molto precisi e puntuali...se sono un po' come te...allora non é sufficiente! Scenetta divertente a parte (non poi così surreale,no?), il processo decisionale che porta all'acquisto é diventato sempre più un labirinto di insidie. Nell'era della comunicazione globale, digitale, dell'accesso democratico illimitato ad internet l'overdose di possibilità ha enormemente complicato la possibilità da una ricerca di trovare delle risposte semplici, dirette e ,volesseiddio azzeccate! Da quando i nostri processi neuronali vengono presi di mira dagli studiosi (passaparola analizzato dal 1941, il c.d. WOM -Word Of Mouth oppure "two step flow of communication" "flusso a due fasi")per determinare quali siano i migliori metodi di imprinting di nomi, numeri, brand, opinioni, gusti, necessità...
Così siamo liberi di essere guidati nella scelta giusta, talvolta per noi, sicuramente per loro! Per questo il passaparola, quando può, ci semplifica la vita...o almeno così sembra...
Un'indagine Nielsen del 2013 che prendeva a campione 29.000 individui rilevava che ben l’84% della popolazione mondiale dichiarava di fidarsi, nel momento di prendere decisioni di acquisto, delle opinioni dei conoscenti o degli amici, il famigerato passaparola ed era un dato in crescita, ben 6 punti percentuali dall'indagine precedente del 2007. Nell'indagine si parla di grado di efficacia, per cui non significa che sia la forma di pubblicità per antonomasia, ma sicuramente quella che converte di più. Quindi normale registrare negli ultimi anni l'importanza crescente di avere dalla propria parte la c.d. opinion leadership, per cui i comportamenti virtuosi twittati in rete di soggetti influenti in settori specifici producono più risultati di qualsiasi altra forma pubblicitaria. È venuta quindi l'ora per il marketing tradizionale di fare i conti con le critiche da parte dei consumatori di intrusività, eccessiva ripetitività ed incapacità di stabilire un dialogo a due vie. Il passaparola è sempre stata una dinamica potente in tutte le epoche, ma con la proliferazione distrumenti come blog, forum e le e-mail, rafforzati recentemente dal potere del nati e advertising ha raggiunto sfere mai immaginate, anche se in maniera un po' subdola assorbito in nuove forme di pubblicità. Pertanto il viral, buzz e word-of-mouth marketing, facendo leva sul fenomeno del passaparola e sulla forza degli opinion leaders, si delineano come nuove forme di marketing non convenzionale in grado di diffondere un messaggio di marca che conquisti e contagi i consumatori contemporanei sempre più informati ed esigenti. Pubblicato come una confidenza da un immaginario "fratello maggiore" online che ha il solo interesse di dirti le cose come stanno realmente dall'alto della sua credibilità costruita a suon di followers. Vista la natura "spontanea" del passaparola come forma di riconoscenza per il servizio ricevuto, data la sua gratuità é positivamente presa in considerazione dagli esercenti, anche se molto temuta nella formula negativa (passaparola negativo) come risultato di un'esperienza negativa del consumatore. Addirittura mi sono sentito rispondere da alcuni clienti:"io non ci voglio essere su FB o non voglio avere un sito! Tanto é solo uno strumento per ricevere critiche diffamanti a cui non si può rispondere" Ma anche a questo il marketing ha cercato attraverso il mondo social di acculturare i produttori attraverso il mantra
Rispondi ad uno per informarne 100! Tanto il web parlerà comunque di te, della tua attività. Presidiare diversi, per non dire tutti i canali, è la  soluzione migliore per fare in modo che tra le tante voci spicchi la tua ed agevolare coloro che invece hanno avuto un'esperienza positiva facendo in modo che influenzino anche il comportamento di altri"
E sembra funzionare. Chi fa sbaglia, l'importante é riconoscere i propri errori, proporre soluzioni e dimostrare udi essere migliorati o di volerlo fare concretamente.  Il potere socratico della maieutica nella comunicazione funziona sempre! Quindi per i consumatori; diffidate dal pensiero che ciò che leggete scritto da esperti o da utenti come voi sia genuino a prescindere e per gli esercenti, non pensate che il passaparola sia un processo "naturale" che non può essere in alcun modo valorizzato (oltre che investendo sulla customer satisfation). Valorizzare gli strumenti noti ed approcciare con curiosità le nuove forme di comunicazione. Try 2 believe!

Quanto tempo ci mette a decollare un ecommerce?

Premessa essenziale é che ogni progetto di comunicazione per esprimere la propria efficacia ha dei tempi c.d. liquidi in quanto le variabili in gioco sono molte e la maggioranza sono fuori dal nostro controllo, per cui occorrono molta elasticità e dinamismo nell’operare le scelte. Nel valutare un piano di marketing, che sia un’attività di volantinaggio, la nascita di un sito o la creazione di un ecommerce bisogna mettere da conto che il tempo é un fattore economicamente determinante.
Nello specifico creare un ecommerce significa a tutti gli effetti aprire una nuova attività, con il proprio avviamento, la definizione di uno spazio nella mente dei clienti ed il fatto che non abbia un indirizzo fisico e relativi costi che ciò comporta, incide sulla necessità di compensare con notevoli investimenti pubblicitari per attivare il volano di riconoscimento del branding, del passaparola digitale e della periodica, reiterazione del processo d’acquisto presso lo store, proprio come avviene nel mercato reale, solo notevolmente amplificato dalle dimensioni del mercato di riferimento e dell’esposizione del pricing ad una base concorrenziale più ampia e segmentata. Nel mercato reale spesso ci si confronta e si compete con il distributore stesso del prodotto, quindi il prezzo non può e non deve essere l’unico strumento che determina la scelta del cliente. Questo ovviamente ormai avviene diffusamente anche nel mercato virtuale, per cui deve essere un mix di vantaggi; tra cui la consulenza, l’affidabilità e la disponibilità, la velocità di spedizione e tutto quanto necessario per convincere gli acquirenti.
Non esiste il servizio, chiavi in mano, é una semplificazione dettata dal linguaggio commerciale, ma occorre il diretto coinvolgimento di un incaricato dell’Azienda, se non del titolare stesso, almeno in una prima fase in cui vanno prese una miriade di scelte fondamentali. Il consiglio è dedicarsi il primo periodo di vita dell’e-commerce alla creazione della piattaforma, la realizzazione delle schede prodotto, redigere un piano editoriale di consigli ed approfondimenti da accompagnare ad offerte mirate e bundle di prodotti tra loro correlati. Tutto va provato e testato prima della diffusione in larga scala, per attenuare l’effetto di eventuali insuccessi. I dati del mercato online sono in continua crescita ed è forse questo il momento miglior per approcciarsi a questo mondo. Allora non resta che gettare il cuore oltre l’ostacolo e inaugurare il proprio e-commerce pensando che si sta lavorando per le persone e con le persone e non smettere mai di ricordarsi che dietro gli elettroni ci sono e ci saranno sempre i neuroni.

Dotti, medici e sapienti…ovvero…venditori, tecnici e consulenti

Da un po’ di tempo sono convinto che coesistano tre figure nel ruolo che provo quotidianamente ad interpretare.

Il consulente, che non vende, ma consiglia e che talvolta lavora contro i propri interessi, ma non agisce mai in prima persona (delega ad altri ed usa il plurale maiestatis, agendo in nome della squadra). Ha sempre una visione molto alta, talvolta rischia di apparire eccessivamente teorico e poco concreto. Lui parla di marketing, piano di comunicazione, di performance mktg, CTR, CPM, CPA…insomma volutamente sembra faccia di tutto per non farsi capire.

Il tecnico web, che non vende, ma che traduce l’idea in azione, che lavora viaggiando nel tempo (risponde, sacrificando il suo sonno, alla richiesta che ogni cliente pone perentoriamente:”deve essere fatto per ieri“). Si esprime con un linguaggio ermetico, incomprensibile ai più. È l’unico della catena capace di polverizzare le illusioni del cliente, e le aspirazioni di tutti, con una risposta perentoria : “No, non si può fare!

Il commerciale, il “cattivo dai modi gentili”, che deve cinicamente portare a casa il risultato. È alla base della catena alimentare, ma la mantiene tutta. Può anche non aver la benché minima idea di cosa stia parlando, ma cavolo se lo sa spiegare bene! Anche le soluzioni più articolate diventano semplici e dove i primi due hanno fallito, ecco, lui…riesce sempre! In realtà, al di là delle descrizioni caricaturali é il maestro della relazione con il cliente, fondamentale tassello per l’incontro della domanda con l’offerta.

Socialmente il ruolo più nobile ed efficace dei tre non saprei però dire quale sia: il teorico, il nerd o il venditore… Forse nessuno o forse il perfetto mix di tutti i ruoli, ognuno per le sue caratteristiche.

Oggi, con l’avvento della comunicazione digitale e del social marketing é esplosa la moda del self provisioning, self service della comunicazione, della “soluzione self made low-cost”. Tutti si possono iscrivere ai social, postare, commentare, farsi un sito, scrivere un blog, vendere online… Saranno poi gli internauti a determinare, attraverso le proprie scelte, i propri commenti, le sorti della proposizione commerciale.

Quindi tutti sono diventati meno indispensabili ed é sempre più difficile motivare il valore dell’attività professionale all’interno di questo mondo. Inoltre, per aggiungere il danno alla beffa, è aumentato in modo esponenziale il prolificare di “sedicenti esperti” e di soluzioni alla “lo-fa-anche-mio-cugino-a-molto-meno”. Così si rischia di ottenere un chiacchiericcio noziosistico e schizofrenico con l’unico effetto di buttarla in caciara e causare l’inevitabile confusione e rinuncia rassegnata del cliente a capire e acquistare ciò che realmente gli può servire.

La realtà sta forse nel mezzo. Ben venga l’opportunità di uscire dall’oscurantismo medioevale della vendita senza valore aggiunto, stimolando l’offerta e cercando sempre le soluzioni migliori. In fondo la reale capacità di offrire un servizio non consiste nel vendere qualcosa a qualcuno e a qualunque costo,  ma stimolare la condivisione di una visione di un progetto, di un’opportunità ispirata dal desiderio di raggiungere un obiettivo chiaro, preciso, in un tempo necessario e budget adeguati.

Ben venga quindi l’approccio  esperienziale dei clienti, che stimola la conoscenza e la riconoscibilità delle “sole” dalle reali opportunità del mercato. Provare per conoscere, per sperimentare, per differenziare la presenza su diversi canali e cercare il punto di equilibrio in cui interagire col proprio target di riferimento, per poi concentrare gli investimenti dove si ottengono i maggiori riscontri.

É sufficiente riconoscere che, come in molti altri ambiti professionali, chi ha dedicato anni alla formazione, alla crescita di competenze attraverso le esperienze maturate sul campo, possa offrire quel valore aggiunto che va adeguatamente remunerato e per cui vale la pena investire.

Molto spesso il consulente, il tecnico ed il venditore si incontrano per un caffè e, a costo di prenderlo amaro e svariate volte nell’arco della giornata, cercano quella soluzione che sempre  resterà un compromesso, alle volte giusto, altre meno, tra il desiderato ed il realizzabile e che merita la professionalità e le peculiarità di tutte e tre le figure.  Vedo, sento e parlo! Voi cosa ne pensate?