Una situazione difficile

Capitano dei momenti nella vita professionale di ognuno di noi in cui ci si domanda: “come sono finito a fare questo lavoro?” La risposta, veramente, arriva alla spicciola, giorno dopo giorno, dall’ambiente in cui si lavora, dai feedback delle persone che ci ruotano attorno, dalla soddisfazione di aver aggiunto un pezzettino di competenze che fino a ieri non possedevi o semplicemente per essere riuscito a fare qualcosa che non credevi possibile.  Ti sei, ti hanno, sfidato e…sei sopravvissuto.

La parte più importante, più remunerativa e gratificante di un lavoro è “come ti fa sentire mentre lo fai”.   Personalmente non mi sono mai posto troppe domande; se avessi potuto fare altro, guadagnare di più, finchè mi sono sentito parte di un progetto. Anche quando il ruolo che mi era stato affidato in quel momento poco aveva a che fare con le mie aspirazioni o i miei skill. Mi sono lasciato cullare dalla corrente, certo che prima o poi avrei ripreso la mia via.

Credo sia fondamentale comprendere quando invece è il caso di fermarsi, di rispondere: “adesso basta!”

Forse un pò come nei sentimenti, quando viene a mancare la materia prima, l’amore… è inevitabile che il nostro sguardo inizi a cercare altri sguardi da incrociare finché ci si sofferma, specchiandosi in un sorriso.

Sarebbe più semplice trovare risposte definitive, ma nella vita non ne arrivano mai. Tutto è velato, fumoso, oscuro… Solo una cosa è alla luce del sole: la felicità non si trova per caso, ma si cerca con metodo.

Anche perchè ho scoperto che la felicità non è solo mia, ma anche di chi mi vive accanto ed io non voglio contagiare nessuno con la mia insoddisfazione, voglio arrogarmi il diritto di trasmettere entusiasmo.

Qualsiasi altra considerazione la lascio fare agli altri, ai posteri l’ardua sentenza. Io quasi quasi mollo tutto e divento felice.

 

Occupazionalis Karma

Alla dichiarazione di un imprenditore tessile biellese di qualche giorno fa, che anche di fronte a una proposta lavorativa adeguatamente remunerata, non si trovano candidati interessati, ho trovato una risposta interessante da parte degli stessi sviluppatori interpellati sui social.  Per quanto io non sia uno sviluppatore trovo la tesi condivisibile.

Appartengo alla generazione del “posto fisso”, dei “tutti laureati assolutamente”, “un lavoro fino alla pensione”… e quotidianamente mi scontro con tutte le contraddizioni e limiti di questi stereotipi ormai decaduti, che sono forse tra le concause di questa crisi occupazionale trascinata anche dalla più profonda crisi economica.

Le dichiarazioni che talvolta arrivano da sedicenti filantropici imprenditori alla ricerca di eccellenze, senza di fatto dimostrare di essere a loro volta eccellenze sul mercato (non ho prove evidenti che lo siano o meno…ndr), mi induce a dubitare che effettivamente “gli specchietti per le allodole” che hanno motivato le generazioni come la mia oggi non riescano più a sedurre le nuove generazioni e la “povertà della domanda” abbia stimolato la nascita di una nuova “offerta” professionale. Il lavoro è diventata una risorsa molto limitata, una variabile indipendente da competenze e professionalità. L’unica cosa che sappiamo é che ci farà dannare l’anima, si prenderà una buona fetta della nostra vita, della nostra energia e del nostro impegno quotidiano. Nell’impossibilità di riuscire a farsi scegliere e valutare per il nostro reale valore, tanto vale offrirci l’opportunità di scegliere noi dove impegnare il nostro talento, dove confinare sogni e speranze! Non è più SOLO una questione di soldi e di sicurezze (che comunque, insieme ai diritti dei lavoratori, saranno sempre meno), ma di gratificazione e possibilità di guardare al futuro con maggiore entusiasmo e ottimismo. Parliamo sempre di cambiare la testa dei lavoratori, di abbandonare gli stereotipi del passato, ma abbiamo bisogno di modificare il paradigma che impera nel mondo del lavoro in entrambi i sensi. L’imprenditoria deve perdere questa bramosia di speculare a spese degli altri (modello mercati virtuali) e deve tornare ad essere mossa dall’insaziabile desiderio di crescere (non solo verticalmente, ma anche orizzontalmente) ed innovare al fine di diffondere il benessere nel mondo. Senza le imprese non ci sono i lavoratori e senza sviluppatori, la grande azienda tessile da 150 milioni di fatturato annuo può chiudere. Dobbiamo essere tutti consapevoli che la componente umana supererà sempre quella tecnologica, sia per chi la cerca che per chi la offre.

Ho scoperto il Coworking: evviva i Meetup

Cavalcando la curiosità per fuggire al galoppo dalla noia e dalla routine, acerrime nemiche della creatività, sono approdato quasi per caso su un’applicazione per l’organizzazione e l’iscrizione a Meetup (ndr di applicazioni ne esistono diverse, un’altra che utilizzo é Evenbrite) all’interno della quale ho trovato tante stimolanti opportunità e la possibilità di partecipare  a talk tenuti da professionisti, sviluppatori, blogger, web designer e semplici appassionati o curiosi  della mia città.

Ho così iniziato a frequentare a scadenza mensile, diversi gruppi in diversi settori di mio interesse.  Dagli aspetti più tecnici legati allo sviluppo e programmazione WordPress e Woocommerce a quelli più strettamente collegati al digital marketing  quali storytelling e digital content con anche una parentesi “nostalgica” nel mio settore di apparenza  sui copyrights e sulla proprietà intellettuale.

Sono entrato dapprima nel WordPress Meetup Torino, dato che lo stavo utilizzando parecchio negli ultimi mesi al lavoro, per poi approfondire l’ambito della vendita online partecipando al Meetup su Woocommerce. Poi ho iniziato ad entrare nelle community e nei gruppi di Facebook e professionalmente per me ha rappresentato la svolta… Il solo leggere i social post e le risposte da parte delle community ai quesiti posti dai membri è stato di grandissimo aiuto. Ho davvero avuto l’opportunità di comprendere meglio e provare personalmente un nuovo approccio al lavoro basato sulla condivisione e sul confronto, anche critico, quando costruttivo e non polemico fine a se stesso .

Ammetto di aver manifestato la necessità di un periodo di studio individuale, soprattutto nella fase iniziale, che mi ha consentito di acquisire una terminologia specifica di base ed i minimum requirements indispensabili per addentrarsi in questo mondo senza esserne risucchiati, o peggio ancora, schiacciati. Non dobbiamo dimenticare che molti contributors sono freelance e autodidatti, nella maggior parte dei casi con grandi professionalità, ma è sempre buona prassi conoscere le fonti su cui si basano le opinioni di tutti. Devo amettere che la Community offre già internamente una forma di epurazione dei contenuti privi di valore, che vengono letteralmente subissati da commenti negativi.

Successivamente è iniziata la fase pratica di sperimentazione dei concetti affrontati nei talk dai diversi relatori. Poi lo studio si è differenziato, privilegiando gli argomenti per me più interessanti ed riutilizzabili nel mio quotidiano.

Oggi è soprattutto il clima, l’ambiente, l’opportunità di fare networking a stimolarmi a partecipare (anche se devo ammettere che il lavoro talvolta mi limita un pò…). Ognuno coi suoi problemi, con le sue esperienze, ma accomunati da un unico desiderio di apprendere e fare squadra.

Per descrivere al meglio l’efficacia di questa esperienza, mi viene in mente una frase che è stata pronunciata durante un Wordcamp ed esprime perfettamente a mio avviso lo spirito e la forza dell’evangelizzazione ai tempi della sharing economy:

Voi tutti che siete qui oggi…se nella vostra città non c’è un meetup, quando tornate a casa organizzatene uno!